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LA
RAGIONE NELLA MALATTIA
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di Aldo Masullo
L'uomo sano vive il rapporto
della sua coscienza con il corpo e attraverso
questo con il mondo in tutta "naturalezza",
senza accorgersi che il rapporto esiste ed
è irto di segreti problemi.
L'uomo malato non vive con "naturalezza"
questo rapporto. Egli non è una macchina
biologica, oggettivamente inceppata da un
"disordine" (in inglese malattia
è detta anche disorder), ma è
lo stesso vissuto rapporto coscienza-corpo-mondo,
divenuto difficile, minaccioso e infine angosciante.
L'uomo malato si accorge di essere un "soggetto",
ossia un essere sottoposto a proditorie aggressioni
dall'interno del suo corpo e attraverso di
esso. Così si trova sbattuto contro
la sua finitezza.
Come scrisse un grande medico-filosofo della
prima metà del Novecento, Viktor Weizscker,
"il senso della malattia consiste nel
condurre chi ne è colpito al senso
della vita", o meglio a non più
nascondersi il proprio senso della vita.
Si potrebbe dire che nell'esperienza della
malattia succede che il vestito abitualmente
indossato dal civile esistere si rivolta,
e si scopre nel suo rovescio: non più
confezione elegante o almeno ordinata, ma
sciatteria di foderame e grossolanità
di cuciture.
La miseria insomma di ogni retroscena, non
l'apparenza bella e fatua, bensì la
brutta e produttiva matrice.
L'uomo malato sente cadere le maschere, fornite
dalla società, e trema per la vergogna
del suo volto nudo, corrotto dalla pena e
dall'ansia.
In questa situazione l'uomo si abbatte e cerca
la protezione salvifica. L'ultima debolezza
lo vince. Si stende sul lettino del medico.
Con l'orizzontalità si abbandona all'affidamento
altrui. Deponendo la sua sovranità,
si sottomette a sovrastanti poteri. Egli non
sa più dire "no". Qualche
volta si dibatte, ma non combatte, qualche
altra volta fugge ma non resiste.
Nel suo rapporto con il medico e l'istituzione
sanitaria in generale, egli regredisce ad
uno stato di tale "minorità"
da accettare senza protesta e neppure risentimento,
forse anzi con malcelato piacere di ottenuta
protezione, che il medico o l'infermiere gli
parlino con il "tu".
Così l'uomo malato resta "soggetto"
nel significato primario di assoggettamento
a poteri esterni, della natura e di altri
uomini, ma cessa di essere "soggetto"
nel senso moderno di persona "maggiorenne",
pienamente capace di autonomia.
Sulla terribile condizione di fatto dell'uomo
malato proliferano le posizioni teoriche e
le discussioni deontologiche.
Esse finiscono per polarizzarsi estremisticamente.
Da un lato si sostiene che l'uomo non perde
mai la libertà e comunque il diritto
a decidere della sua vita, dall'altro si controbatte
che, nelle condizioni di debolezza morale
del malato, la sua volontà non è
più libera.
Ambedue le tesi si reggono sul medesimo errore
: il non capire che la ragione è una
funzione della vita, e come tale ne viene
continuamente modificata.
Sulla base di una stessa incomprensione, la
prima tesi teorizza l'astratta assolutezza
della ragione e, non vedendone le possibili
crisi, attribuisce un'altrettanta astratta
libertà al suo volere; la seconda tesi
ignora che la vita variando ogni volta porta
in sé la sua diversa ragione, e dunque
non ha molto senso ogni volta chiedersi se
nel caso preso in esame la volontà
sia razionale, e dunque libera, o non lo sia.
La vita in effetti è sempre libera
e sempre ha in sé la ragione.
L'uomo persegue la sua dignità non
inseguendo l'immagine di una sterile ragione
sempre e dovunque identica, ma imparando che
la ragione, intrecciata con la vita, con essa
gioca e si muove e si rinnova. All'uomo tocca
il diritto-dovere di governare se stesso,
di volta in volta guidato dalle mediazioni
problematiche e dialogiche del suo attuale
punto di vista.
A questa condizione l'uomo malato, nella sua
ragione diversa e quindi diversamente libera
ma non meno ragione e libertà di quella
dell'uomo sano, può mantenersi verticale.
Non v'è potere scientifico, economico
o sociale che tenga. Il medico e l'istituzione
hanno l'assoluto dovere di favorire con il
rispetto profondo questa ardua ma irrinunciabile
verticalità.

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