I principi, la
storia, e...

Attività del centro
La figura, la vita
professionale,
gli scritti e...
Arte, musica, poesia,
teatro, filosofia, e...

 

ESTRATTO DA "DIDATTICA PER LE SCUOLE NORMALI E PEI MAESTRI ELEMENTARI" DEL PROFESSOR GIOVANNI SOLI, MILANO 1894

pagg. 110-120
CAPITOLO IX
Scrittura e lettura.

Proviamoci noi che non siamo più sul fior dell'età a richiamare alla nostra memoria il modo con cui ci fu insegnato a leggere e scrivere. Per mesi e mesi le ore di scuola erano riempite dalla soporifera lettura di quelle filze di parole oscure stampate sull'abecedario o sui cartelloni, che potevamo leggere ad occhi chiusi guardando nella nostra memoria; poi per innumerevoli pagine bianche l'imitazione dell'esemplare scritto dal maestro, e composto di segni oscuri come le parole; la lettura da una parte e la scrittura dall'altra, ciascuna per la sua via e per suo conto, e mai per conto de' nostri bisogni; insomma, l'artifizio del leggere e dello scrivere imposto nella forma più pesante, col sacrosanto pretesto dell'istruzione, al nostro spirito innocente.
Certi maestri cominciavano, senz'altro, dal cacciarvi in testa l'alfabeto, col nome delle lettere, domodochè, dopo avervi insegnato che d si legge di, se vi si mostrava la sillaba de, voi, conforme all'insegnamento, tiravate a pronunziarla die. Così, ad ogni sillaba, l'alunno era costretto a fare due sforzi, uno per ricacciare indietro il nome della consonante che gli correva spontaneamente sulla punta della lingua, l'altro per chiamare dalle sedi più oscure della memoria il suono e fonderlo colla vocale.
Oggi, grazie allo sviluppo della didattica, i maestri possono condurre per una via meno arida e meno sassosa i loro piccoli alunni a cogliere senza punture il fior della parola.
Su questo punto i didattici moderni hanno ragionato cosi: la Lettura e la scrittura hanno per materia la parola, la parola il simbolo della cosa; perciò se vogliamo con mezzi naturali insegnare questo simbolo, dobbiamo muovere dalla cosa stessa.
Così facendo, l'alunno parte da un noto, capisce la necessità del linguaggio, e rifà compendiosamente nel suo studio la via percorsa dall'umanità per arrivare alla significazione delle cose. Il nostro metodo deve perciò muovere dall'intuizione della cosa, farla nominare, farne scrivere il nome, poi farlo leggere; cosi per via di successive traduzioni o trasformazioni, la cosa diventa suono, poi segno, dal quale si trae di nuovo il suono.
Così i tre atti dell'intelligenza - pronunziare, scrivere, leggere - hanno il loro fondamento sulla conoscenza della cosa, e procedono così strettamente l'uno dall'altro che, sebbene successivi, si possono dire contemporanei.
Occorre perciò - continuano i didattici - che prima di esser messo a scrivere e a leggere, lo scolaro sappia parlare. Invece i maestri si danno subito premura della seconda o della terza operazione, trascurando la prima che è - a considerarla bene - il loro presupposto. Siccome la scrittura richiede per essere avviata un periodo non breve di esercizi preparatorii, cosi non si deve dar principio alla lettura, la quale deve venire ad un tempo colla scrittura; si faranno invece esercizi frequentissimi di parola parlata. Ma come si può ottenere che parlino cristianamente certe scolaresche? domanderà qualcuno; anzi come ottenere che parlino gli alunni provenienti dalla campagna, selvatici, duri, aspri come i macigni? Ci vuole pazienza e abilità, la prima per non stancarsi presto, a seconda per non andar contro la oro natura che è poi la natura umana- Vengono dalla campagna? Il maestro parli dì cose di campagna. Non hanno altro mezzo d'espressione che il dialetto? Si facciano parlare in dialetto; il maestro li incoraggi parlando anch'egli in dialetto sulle prime, salvo a dar loro poco per volta la parola italiana da sostituire alla dialettale. Ma bisogna essere discreti e contentarsi che imparino pochissime parole ad ogni lezione. Non si può pretendere che vengano alla scuola con l'italiano in bocca; glielo deve comporre a poco a poco la scuola.
Pazienza dunque e abilità. Il maestro conduca gli alunni a pronunziar bene il loro nome e cognome, quello delle persone di cosa, dei condiscepoli, guidi la loro osservazione e il loro nascente pensiero sulle cose di cui è pieno il loro piccolo e oscuro mondo interiore; i fiori, le piante, gli uccelli, i frutti, le vie per cui passano nel venire alla scuola , e gliene faccia dire il nome; nella scuola essi sono circondati da cose nuove, e anche queste è necessario che imparino a nominare.
Tutto questo deve farsi in modo dilettevole, cogliendo le occasioni, e facendole nascere quando non si presentano spontaneamente; e per mezzo di discorsi alla buona, di lezioncine, di racconti cercare che sì desti nell'alunno la coscienza dormente del suo io e del mondo che lo circonda.
Tutto il segreto è qui: lasciare che entri nella scuola il soffio del di fuori, e mettere in moto l'attività del fanciullo cogli stessi stimoli di cui s'è servita la natura prima che egli mettesse piede nella scuole.
Ma non si deve mortificarlo subito coi paroloni oscuri e colle pretese eroiche di certi maestri, i quali non riescono ad altro che a rintuzzare la sua confidenza come una chiocciola impaurita che si ritrae nel guscio, a fargli perdere il coraggio della spontaneità, e a dargli una spiacevole impressione della scuola.
Nel medesimo tempo si comincieranno gli esercizi preparatorii della scrittura.
Prima si addestrerà l'alunno a tener bene la penna, il braccio e la persona. Ma che cosa scriverà questa penna che scotta nella manina tremante? La risposta non è difficile se ci consigliamo colla natura: quel che fa ogni ragazzo appena gli riesce di tenere in mano un pezzetto di gesso, di carbone o di matita. Traccerà urla croce, il lineamento d una casa, un ferro da cavallo, la ruota duna carrozza, un circolo, un ovo ecc.
(…)
Riportiamo […] un autorevole consiglio: " Bisogna sorvegliare indefessamente gli alunni, giovandosi più che altro dell'emulazione mediante i punti di merito da segnarsi sotto ciascuna pagina; bisogna non lasciarli scarabocchiare a loro talento, come pur troppo avviene in tante scuole, e occorre badare alla pulitezza dei quaderni, curando che non siano portati a casa se non dopo terminati I bambini hanno bisogno dell'assistenza continua e coscienziosa del maestro; quindi a casa non devono scrivere nè sciupare il quaderno, che perciò resta nella scuola".
(…)
L'insegnamento del leggere e dello scrivere non è comunicazione di cognizioni, ma formazione di abilità. Le abilità si formano colla ripetizione continuata dell'atto elementare, perciò gli alunni arriveranno a saper leggere e scrivere tanto più presto quanto minore sarà l'intervallo che il maestro metterà tra due consecutivi atti di traduzione della parola parlata nella scritta e di questa nella parola letta. Ora, siccome il leggere e lo scrivere sono un mezzo e non un fine, il primo carattere del nostro metodo dev'essere quello della brevità, conciliata, s'intende, coll'efficacia. Ma se invece il maestro non potesse far scrivere e leggere una parola senza averla prima spiegata e senz'essersi accertato che è stata capita, la faccenda andrebbe per le lunghe, e il nostro alfabeto diventerebbe più lungo e più difficile che il cinese. Poi, seguendo il principio di scegliere per esercizio di scrivere e di leggere solo le parole che hanno un valore dimostrabile agli scolaretti, si escluderebbero dagli esercizi tante combinazioni di suoni, che debbono necessariamente entrarvi, giacché nell'insegnamento della lettura e della scrittura la parola ha, più che altro, un valore fonetico.
Occorre pertanto scostarci dall'idealità del metodo, e adattarci alle esigenze della pratica. Il maestro dunque abbandonerà il punto assoluto di partenza che sarebbe, come abbiam detto, l'intuizione delle cose e moverà dalla parola, considerata non come significazione d'idea, ma come suono, come puro e semplice suono, che, del resto, non é astrazione, bensì qualche cosa di sensibile, che fa la sua buona e brava impressione sul timpano d'ogni alunno che non sia sordo. Ciò posto, la scrittura diventa traduzione di suoni in segni, e la lettura traduzione di segni in suoni, e il metodo prende il nome di fonico o fonetico perché muove dal suono. Caduta la necessità di presentar sempre allo scolaro una parola compiuta e significativa, il maestro si mette meglio in regola colla legge di gradazione cominciando l'insegnamento dai suoni più facili per passare successivamente ai più difficili - dalle vocali alle sillabe e alle parole.
Ecco la traccia della prima lezione. Il maestro ha schierati dinanzi a sé, nei banchi, gli scolaretti, col quadernuccio aperto, il pennino nuovo nell'asticciola, impazienti di cominciare la scrittura. Egli pronuncia scolpitamente la vocale i, la fa pronunziare da parecchi scolari, poi la scrive in grande sulla lavagna, più duna volta, conducendosi dietro, per cosi dire, col movimento della mano l'attenzione della scolaresca, mostrando il punto di partenza della lettera, lo svolgersi della curva, il punto d'arrivo; la fa scrivere sul quaderno e poscia leggere.
Passa all'u, poi all'o, all'e e infine all'a, Le detta parecchie volte, in ordine diverso, senza più mostrare l'esempio sulla lavagna, avendo cura di correggere subito gli errori. E' necessario che fin da principio non avvengano scambi di lettere che, ripetendosi, danno origine a cattive abitudini difficilissime da correggere.
Quando tutti sanno scrivere le vocali, il passaggio ai dittonghi è facile. Si leggerà, appena scritta, ogni sillaba, e ad esercizio finito, tutto il dettato.
Così siamo al dettato, e da questo punto la lettura e la scrittura procedono di pari passo come una docile muta.
(…)

 
 
Torna alla Homepage