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HIMALAYA,
LE VALLI DEI GUERRIERI
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Dal nostro inviato PAOLO RUMIZ
DASU (Pakistan) - " La notte Bin Laden
passa di qui, lo hanno visto" , giurano
i camionisti attorno al fuoco e, con un gesto
tra la magia e lo scongiuro, indicano l'ombra
delle montagne a picco sull'Indo. Lassù
, dicono,il capo leggendario del terrorismo
islamico, ricercato in mezzo mondo, si muove
come a casa sua. Esce quando vuole dal suo
rifugio in Afghanistan, passa la frontiera,
e attraversa in sicurezza le ghiaie dove il
fiume quasi deraglia dopo mille chilometri
di altezze tibetane, tuona contro l'ultimo
degli Ottomila, il Nanga Parbat, e piega bruscamente
a Ovest, dentro la gola della grande sete.
Qui il Pakistan si restringe fino a ridursi
a una strada sola, incastrata nell'Himalaya;
è un labirinto di picchi largo appena
150 chilometri, in bilico fra il disordine
afgano e la guerra strisciante del Kashmir,
sotto giurisdizione indiana. Quel labirinto
si chiama Kohistan, la terra delle pietre,
ed è l'ultimo varco, il più
selvaggio, che l'Indo si apre nelle montagne.
E' un malpasso dalla doppia vita.
Di giorno vi transitano merci e viaggiatori
diretti a l Karakorum e al confine cinese.
Di notte diventa tranquillamente transito
d'armi, sentiero per trafficanti, mujahiddin,
talebani.
La notte è infuocata, nemmeno il fiume
la rinfresca. La radio porta notizie di ammazzamenti
fra musulmani e truppe indiane nello Jammu,
di nuovi profughi afgani in arrivo dal passo
Kyber. Haseeb Haider, giornalista di Lahore,
spiega che il suo paese non aiuta direttamente
Bin Laden, ma "offre assistenza a parecchie
centinaia di veterani afgani che lavorano
per conto di Al-Qaeda" , la sua organizzazione
. E nomina tale Harakat ul Mujahidin, "impegnato
negli scontri con le truppe indiane in Kashmir".
Cani esausti, vacche assopite sull'asfalto,
vecchi fermi come lucertole dietro i chioschi
di frutta e i banchetti con testicoli di caprone,
rognoni e cuore d'agnello. A Chilas, attorno
a un bus col semiasse rotto formicola gente
unta di grasso d'automobile, due asini litigano
ferocemente a morsi, un bufalo ti guarda con
l'occhio azzurro ghiaccio dal cassone di un
camion. Nessuno grida. E tutti- uomini, bambini
e animali- sembrano aspettare qualcosa che
non arriva. I fari illuminano il popolo della
notte, gli spiedi accesi, i letti di corda,
il lampo bianco delle cascate. La valle è
punteggiata di bivacchi, spesso sulle curve
interne dello stradone, dove i ponti scavalcano
i torrenti delle gole laterali a strapiombo.
Sono i luoghi giusti per ascoltare le storie
di un territorio franco dove tre mondi si
toccano. Quello tribale delle montagne, quello
motorizzato in transito e quello clandestino
della notte.
Per millenni nessuno era passato per questa
terra di pastori-guerrieri. Le carovane per
l'Asia centrale transitavano altrove, in quota.
Poi, vent'anni fa, è arrivata la strada,
l'hanno chiamata "Kkh" , Karakorum
Highway.
Una joint-venture cino-pachistana ha violato
la gola collegandola all'alto Indo, e la feroce
terra delle pietre è piombata dal medioevo
nel pentolone dell'era globale.
Col buio, un vento caldo accende un tintinnio
nelle piazzole di sosta e sui greti dei torrenti.
Sono gli amuleti in metallo e le catenelle
scaramantiche dei camion fermi per il lavaggio,
la cena o le preghiere del crepuscolo.
In questo mondo nomadico il luogo comunitario
per eccellenza, lo spazio dell'incontro e
della mediazione, non è la piazza-
l'agorà mediterranea. E' la strada.
Se il viaggio è la metafora della vita,
la strada è il luogo dove tutto diventa
visibile: l'immaginario e la superstizione,
le relazioni umane e le ostentazioni sociali.
In soli venti metri intercetto ombre che mangiano,
pregano, comprano, contemplano, defecano,
dormono, si lavano, raccontano. E' come se
lo spazio fosse minuziosamente compartimentato
secondo un ordine invisibile. Qui la strada
non è un network. E' lo stomaco della
società. Amalgama , digerisce, tritura.
Offre uno straordinario spaccato culturale,
umano e geopolitica del Paese. Lungo il corso
tutto è pubblico, promiscuo, visibile.
Anche un guasto diventa spettacolo. Attorno
al camion in panne si raduna un capannello
di gente, discute, aspetta, accende il fuoco
per il thè. Nessuno ha fretta. I vecchi
fumano, i bambini sbucano dal nulla e stanno
a guardare.
In fondo alla gola del malaugurio la già
variopinta motorizzazione pakistana si ingolfa
esibendo la sua esuberanza più magica,
fiammeggiante, sovraccarica di simboli e scongiuri.
I camion, non hanno frizione, servosterzo,
servofreno. Non sono camion, sono altra cosa.
Fantastiche torri da processione pagana. Montagne
cariche di affreschi, chincaglieria, intarsi,
bandiere. Pagode con rostri, festoni, amuleti,
tavolozze, fazzoletti, fiori, ghirlande di
gelsomino. Sopra una scelta infinita di trombe
acustiche trionfa una fanaleria da flipper
psichedelico, con colori d'una volta. Rosso
vermiglione, giallo iodio, verde acquamarina.
In cima a tutto una terrazza alta come la
prua di un peschereccio. È l'abside
dove il driver, tirato il freno a mano, si
ritira a pregare alla Mecca.
Viaggiare lassù è un'esperienza
sublime. Tutto stride, scricchiola sull'orlo
del precipizio, oscilla in uno slalom ai limiti
del ribaltamento. Anche qui è l'Oriente
: dalla Turchia all'India l'andare non è
l'esercizio di un diritto sancito da norme,
è un compromesso continuo con chi ti
viene addosso - uomini, polli, bufali e cammelli
- una sfida al principio fisico della compenetrazione
dei corpi. Ti rassicura solo una cosa. Gli
autisti guidano tutti splendidamente. Quelli
vivi. Ahmad ha una corona di gelsomini beneaugurati
attorno al collo, ti serve pane e Sanchil,
un'erba di montagna fatta rosolare alla teglia.
È ben vestito, colto, fa la guida,
non diresti che è stato mujahiddin
attorno a Kabul. Viaggia in occidente, ha
imparato l'inglese e il francese, non parla
degli Usa come del "Grande Satana"
,ma sente di appartenere alla confraternita
della fede militante. Dice di loro : "Gente
fredda, tranquilla. Se li rispetti ti rispettano.
Altrimenti colpiscono , in silenzio"
. E i Talebani? "imbecilli fanatici,
un'invenzione antisovietica che ora gli americani,
al solito, non sanno più controllare.
Come con Saddam" . Ahmad viaggia in Occidente,
è a suo agio con le straniere emancipate,
ma sulle donne pakistane ha le idee dei suoi
padri. "Sono felice di aver sposato un'analfabeta,
qui le donne colte non le vuole nessuno".
Parla dei poteri forti attorno al Pakistan
: Cina, Usa, Russia, India. Paura? Mostra
le scintille che si arrampicano verso l'Orsa
e riassume : " Non ci servono tutele
; il Pakistan ha fermato anche Alessandro
Magno" . Scherza senza eccedere sui tribalismi
di casa sua , spiega che da qui all'Hindukush
la gente ha fin troppo senso dell'onore .
" Se chiedi a uno quanti anni ha e quello
ti risponde 30 , non rifargli la domanda qualche
anno dopo : ti dirà sempre 30. La gente
ha una parola sola : dunque il tempo non passa
mai. E i rancori durano per sempre ".
Una locanda sulla strada, eucalipti nel vento,
notte nera da predoni.
Ordini chapati - la pizza locale - con carne
allo spiedo e l'oste manda un ragazzo a prendere
la capra che ti bruca accanto. Qui non esistono
i frigoriferi, la carne si sceglie viva. Crudeltà
? Forse no. Quella capra è vissuta
libera e stanotte muore silenziosamente in
cinque secondi, il coltello è una carezza
indolore . C'è una dolcezza nell'atto
che rende quasi sublime l'uso delle mani.
Il Pakistan non è l'Arabia qui non
ho mai visto picchiare un animale. Vai , capretta
, vola tra le stelle. Solo chi non ha conosciuto
l'onda di panico che percorre i nostri macelli
industriali può indignarsi. La morte
pulita è solo l'ipocrisia di una barbarie
nascosta, dissimulata da confezioni colorate.
È la paranoia igienista del puritanesimo
occidentale che vive ormai come sporcizia
persino il sacrificio dell'Agnello. È
la macchina che espianta il senso dell'uccisione
salvifica, ci ingozza di porcherie sterili
e per un solo microbo ci nega anche la memoria
del mangiare antico.
In un locale sulla strada un gruppo di maschi
guarda ipnotizzato la tv indiana, la sola
che mostri ombelichi. Qui per le donne è
l'ora del coprifuoco ( già di giorno
fatichi a vederne una)e in loro assenza gli
uomini - padroni esprimono un'esplosiva e
primordiale fratellanza. Ma alle 22.00 arriva
a sorpresa l'educatore religioso, un tipo
di nome Azir che abbina gli occhi azzurri
e la scuola coranica. Scatta una metamorfosi
- lampo : la tv è spenta e l'India
ridiventa il nemico dell'Islam. Domani , annuncia
l'ometto in tunica bianca , i maschi andranno
ad un raduno organizzato dall'esercito. Vi
sarà presentato un corso gratuito di
auto difesa armata personale. Il pericolo
non sono i ladri, ma gli indù che occupano
il Kashmir.
Così ritrovi il Caucaso, la Cecenia,
le Alpi Dinariche, il "déja vu"
delle montagne inquiete che fanno da cintura
all' Eurasia dalle Alpi fino al Tibet. La
Macedonia canta la struggente dolcezza del
partire per la guerra. Ma da Kashmir all'Afghanistan
è la stessa cosa . Simile la fratellanza
fra uomini, l'esibizionismo delle armi, l'ansia
frustrata di spazio, l'ostilità nomade
per i sedentari e la modernità, il
senso civico del destino. Identico il senso
della "roba" che qui si declina
con tre zeta : " Zar, Zan, Zamin".
Denaro , donna , terra .
Contro l'India oggi il Pakistan ha la bomba
atomica. Intanto, nella valle della sete manca
anche la luce. I generatori vanno per tutta
la notte e, accanto, l'Indo romba con la sua
mostruosa e inutile potenza idroelettrica.
Esplode , vortica un'acqua grigia, minerale,
violenta.
"La
Repubblica" 1 Settembre 2001

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