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Il
mio amico Rostagno ucciso quindici anni fa
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di Adriano Sofri
Da: "La Repubblica"
del 19 marzo 2003
È così bello il settembre,
e così pieno di cattivi anniversari.
Il 26 settembre di quindici anni fa è
morto ammazzato Mauro Rostagno, in un agguato,
su un viottolo che lo riportava alla comunità
che era la sua casa, nella campagna di Trapani.
Era nato il 6 marzo 1942, aveva quarantasei
anni, chissà quante vite avrebbe avuto
ancora. Di tutti quelli che ho conosciuto,
era il più pronto a prendersele tutte,
le vite che abbiamo in offerta. In una era
stato un leader del ´68, come si dice,
ironico, geniale, seducente, spavaldo e musicale.
Ora si fanno dei film, non so se sia un buon
segno, né se siano brutti o belli.
Non so nemmeno se fosse bella o brutta la
cosa stessa, quando successe.
Fra gli acquisti senz´altro importanti
di quella stagione sta l´amicizia. Ogni
tanto succede che le persone diventino amiche
dentro larghi e trascinanti cambiamenti del
loro mondo, sicché un ideale e un sentimento
comune, giorni e notti condivisi, suscitino
in loro un´intimità di pensieri
speranze e gesti capaci di sopravvivere alla
fine della consuetudine, al mutamento dei
pensieri e dei gesti, e anche al mutamento
di sé. La comunanza politica in tempi
normali non basta a questo. Solidarietà
o rivalità magari, ma è un´altra
cosa. Le amicizie saldate dentro tempi accesi
hanno una forza cui non si saprebbe rinunciare.
Rischiano anche una meschinità, una
vanità o un astio da reduci di qualcosa,
e bisogna guardarsene. Ma si è grati
del riconoscimento reciproco e generoso, della
fiducia che si può riporre in tante
altre e tanti altri una volta che le belle
bandiere e le brutte maschere ideologiche
siano cadute, e abbiano lasciato sole le persone.
Così ero amico di Mauro Rostagno, benché
dopo la liquidazione di Lotta Continua si
scegliesse vite così differenti dalle
mie che potevamo riderne allegramente a ogni
incontro. Fu inquilino della Macondo milanese
e notturna, arancione di Poona, bianco della
Comunità di Saman, pedagogo della "scuola
del Sud", denunciatore intrepido della
mafia siciliana, e chissà quante cose
ancora che non ho saputo. Nemmeno per quale
di quelle esistenze sia stato assassinato,
e da chi: gente numerosa, che cammina libera
nelle strade di questo mondo. Quando tanti
amici venuti da tutte quelle vite seguirono
in una Trapani stupefatta il funerale di Mauro
io mancavo, perchè ero agli arresti,
accusato di aver fatto da mandante di un altro
omicidio. Mentre venivo processato come mandante
di un omicidio, fu insinuato in un´aula
di tribunale che avessi avuto parte di complice
anche nell´assassinio di Mauro. Ci sono
state enormità che non si devono commentare,
in questi nostri anni, se si abbia rispetto
di sé. Venne anche il momento in cui
la giustizia catturò come correa dell´assassinio
di Mauro la donna che era la sua compagna
e la madre di sua figlia. Un piccolo sbaglio,
commesso nel clamore e corretto alla chetichella.
Basta così.
Quindici anni dopo, ho ritrovato quello che
scrissi allora, e che gli avvenimenti travolsero.
Andai alla tomba di Mauro a novembre. E´
in un camposanto di Valderice, in cima a uno
sperone, dirimpetto a Erice. Ci tira vento,
e la vista spazia sul mare omerico e le isole.
E´ strano come sia difficile comprare
dei fiori freschi a Trapani: o sarà
perché ce ne sono già dovunque.
Vanno forte i fiori artificiali. Ma nonostante
il novembre i campi attorno erano pieni di
iris selvatici e di calendole arancioni. Andai
poi a visitare la sua stanza, a guardare i
suoi pochi libri - io avevo, nel frattempo,
accumulato migliaia di libri - a guardare
le cassette delle sue intrepide denunce televisive
contro i mafiosi, ad abbracciare Monica, la
sua figlia di quando aveva avuto vent´anni,
e Maddalena, che era nata dentro Lotta Continua
e ora aveva quindici anni e un cane pastore
bianco con la coda dipinta di azzurro. C´era,
ospite della comunità, una ragazza
autistica di nome Veronica, una specialmente
sensibile e intelligente, di cui Mauro si
era preso più cura. Veronica comunicava
solo attraverso brani di canzoni scelti dentro
una sua pila di dischi. Quando seppe della
morte di Mauro, Veronica mise su la canzone
che dice: "Signore, è stata una
svista, abbi un po´ di riguardo per
il tuo chitarrista".
Mauro aveva avuto paura di essere brutto,
da bambino. Venuto il momento si era fatto
crescere la barba per nascondercisi dietro,
e aveva scoperto di essere bello, e somigliante
al Che - o piuttosto, mi sembrava, a un moschettiere
della regina. Sua sorella raccontava che da
bambino era convinto che le cose gli andassero
storte. A scuola, al Rosmini, fecero piantare
agli scolari dei bulbi in vasetti, per imparare
la sintesi clorofilliana. I bulbi crebbero,
benché sbiaditi, chiusi dentro l´armadio
dei cappotti: tranne quello di Mauro, perché
l´aveva piantato alla rovescia, e alla
fine germogliò dalla parte di sotto.
Era timidissimo, e continuava a pettinarsi.
Alle elementari, raccontava lui, "avevo
difficoltà a esprimermi, ero balbuziente,
ero bravo negli scritti ma non negli orali".
Da grande diventò, a Trento e nelle
assemblee di tutta Italia, un leader carismatico
e un oratore smagliante. Negli scritti andava
meno forte, ma per un´impazienza ai
pensieri troppo ordinati e pettinati. Piuttosto,
era un magistrale coniatore di slogan - e
in qualche angolo scriveva poesie. Era felicemente
eclettico, ciò che in tempi dogmatici
lo rendeva sospetto ai sistematori politici
e a chi si aspettava molto dalle scuole quadri:
sospettava lui stesso del proprio eclettismo,
e di tanto in tanto si costringeva a qualche
pedanteria scolastica.
Suo padre aveva suonato per diletto la chitarra
classica, lui alla fine la ereditò
e ci cantava sopra, un giorno la regalò
a un giovane della comunità perché
gli era simpatico. Quando morì Jimi
Hendrix Mauro faceva il giornale di Lc e pubblicò
una sua foto e la didascalia: "Suonava
e cantava da dio. Morto a 24 anni per eccesso
di droga. Con lui i padroni hanno vinto".
Del mimetismo, che era il contrassegno della
nostra "militanza", era un vero
maestro. L´eclettismo sta alle idee
come il mimetismo sta alle persone in carne
e ossa. Mauro poteva diventare un operaio
(lo era stato), uno studente di sociologia,
un docente di sociologia, un proletario occupante
di casa di Palermo - restava maschio, naturalmente:
questo fu il limite insuperato del nostro
mimetismo, nonostante qualche imbarazzante
tentativo...
Nel ´69 l´Italia conobbe per l´ultima
volta il tentativo degli operai di diventare
una classe dirigente generale, l´aspettativa
che era stata della rivoluzione comunista
di Gramsci e della rivoluzione liberale di
Gobetti. Mauro lasciò la troppo periferica
Trento per Milano, e si arruolò al
marciapiede della Pirelli. "Ogni giorno
mi alzavo alle quattro del mattino per andare
davanti alla Pirelli. Poi tornavo a casa,
dormivo un paio d´ore, ritornavo alla
fabbrica verso le undici e ci stavo fino alle
tre. Un panino e tornavo alle porte alle cinque
per l´uscita del 'giornaliero´.
Dopo la riunione, tra le sette e le otto,
andavo a mangiare. Dalle dieci alle undici,
di nuovo di fronte alla fabbrica per l´entrata
e l´uscita dei turni". "Ci
spiegava le cose che facevamo in un modo così
bello che noi non avremmo potuto accorgercene",
avrebbero detto gli antichi operai della Philips
in una serata dedicata al suo ricordo. Era
un poliglotta politico, parlava con entusiasmo
e applicazione il dialetto di un operaio delle
valli trentine, o il brianzolo, o il palermitano.
In Sicilia, dove si era trasferito a fare
il dirigente di Lotta Continua, guidò
una clamorosa occupazione popolare, a partire
dallo Zen, nella cattedrale di Palermo, conclusa
con una specie di adesione dello stesso cardinale
arcivescovo.
Mimetico, Mauro era però inimitabile.
Le sue idee erano inservibili senza di lui,
fantastiche in lui. Le sue idee erano meno
importanti di lui: ci sono persone per le
quali è vero il contrario, e non hanno
da starne allegri. Più delle idee esplicite,
c´era nel trascinante mimetismo di Mauro
qualcosa che contava di più, e durò
sempre: un lancinante desiderio di essere
amato. Conquistava gli altri perché
voleva essere amato, e intanto era prodigo
di sé. Più tardi fu pronto a
deplorare il leaderismo e il maschilismo di
allora, e a rimpiangere di non essere stato
più amato "per sé".
Era trionfalista, come noi allora: e anche
spaventato e allarmato, come noi. A differenza
della maggioranza di noi, illusi che la maturità
della lotta di classe tenesse l´Italia
al riparo dal flagello della droga, sapeva
che cosa sarebbe successo - era già
successo. Quando salutammo la rivoluzione
che non avevamo fatto, e ci salutammo reciprocamente,
se ne andò con una tristezza ma senza
risentimenti. (Venne a cercarmi una volta
in piena notte, da un´altra città,
per dirmi che aveva avuto un pensiero urgente:
che io non ero stato un padre in Lc, ma una
madre. E ripartì). A Trento, aveva
festeggiato i vent´anni del Sessantotto
con un discorso pubblico in cui spiegava che
eravamo stati sconfitti, e aggiungeva: "Per
fortuna". Infatti, l´abbiamo scampata
bella.
Anniversari. Pochi giorni fa Mauro è
diventato nonno di un bambino. Maddalena aveva
quindici anni, dunque ne ha trenta. Le ho
scritto in pubblico, così. "Siccome
dormo poco, ho tempo per immaginare cose:
certe volte non distinguo più fra le
cose che immagino e quelle che sogno. Ho immaginato
che una trentina di anni fa Mauro e io fossimo
insieme in qualche ristorante balcanico, e
una brava zingara ci leggesse la mano, trasalisse
come al solito e poi, alle nostre spavalde
insistenze, predicesse che saremmo diventati
nonni nello stesso anno, il 2003, uno dei
due da morto, l´altro da carcerato;
e che io e Mauro ci fossimo guardati per un
momento seri, poi fossimo scoppiati a ridere,
e avessimo offerto da bere alla brava zingara
e a noi, brindando a nipotina e nipotino.
Poi ho immaginato - forse sognavo già
- che Mauro non fosse stato ammazzato e io
non fossi in galera, e che ci fossimo dati
un appuntamento in qualche osteria balcanica
per festeggiare fra noi due coetanei la pressoché
contemporanea promozione a nonni, e che bella
bevuta avremmo fatto, e che brava zingara
avremmo invitato al nostro tavolo per leggerle
la mano!".

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