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IRREALTA'
E AMORE
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L'ideale
di Rita Pavone e di Giovanni Gentile
di UMBERTO GALIMBERTI
" Come te non c'è nessuno. Tu
sei l'unico al mondo"
Era l'attacco di una canzone che Rita Pavone
cantava negli anni sessanta. Non so se Rita
Pavone, allora ragazzina, avesse letto Frammento
di una gnoseologia dell'amore che il filosofo
Giovanni Gentile aveva scritto nel 1918. Ma
quella canzone e quel breve saggio di Gentile
dicono la stessa cosa, che è poi una
grande verità: non ci si può
innamorare se non si idealizza la persona
amata, se la fantasia non interviene a farne
qualcosa di unico, di in equiparabile. Certo
più si scalano le montagne più
pericolose diventano i precipizi. Ma senza
la prossimità dei precipizi alle altezze
che si è voluto raggiungere non c'è
brivido. Nel nostro caso brivido d'amore.
Quando Gentile nel 1918 scriveva il suo Frammento
di una gnoseologia dell'amore la psicoanalisi
incominciava la costruzione del suo edificio
all'insegna "dell'esame di realtà"
. Chiamava "nevrotici" quelli che
costruiscono castelli di sabbia in aria e
"psicotici" quelli che li abitano,
perché gli uni e gli altri si allontanano
da quel "sano realismo" che è
proprio della realtà specifica, chiara
e affidabile, per abitare gli uni in un mondo
fantastico, gli altri un mondo delirante.
Agli innamorati che idealizzano la persona
amata, la psicoanalisi ricorda che l'idealizzazione
è una regressione infantile, perché
trasferisce sulla persona amata quel senso
di unicità che da bambini attribuivamo
ai nostri genitori, quando li sopravvalutavamo
perché da loro dipendeva la nostra
vita e ancora non avevamo visto le loro ombre.
Se l'idealizzazione dei genitori è
utile ai bambini perché crea in loro
quella fiducia di base necessaria per crescere
con un minimo di rispetto di sé, è
terribilmente pericolosa quando ci si innamora,
perché gli ideali si appannano facilmente,
gli incantesimi si spezzano, gli effetti magici
si dissolvono, i trucchi prima o poi vengono
a galla. Dopo la prima notte di passione trascorsa
insieme Romeo e Giulietta temono la luce,
perché l'aspra luce del mattino dissipa,
il giorno dopo, l'incanto del chiaro di luna.
Fin qui le parole della psicoanalisi, ma il
suo discorso all'insegna del "sano realismo"
prosegue avvertendoci che l'idealizzazione
ci impoverisce, perché tutto ciò
che ha valore è collocato nell'altro.
E se l'altro non ricambia l'idealizzazione
di cui è stato investito, se quanto
abbiamo trasferito in lui non ritorna, allora
o siamo capaci di rompere l'incantesimo e
vedere l'altro in una prospettiva più
sobria e realistica, o precipitiamo nel rifiuto
di noi, svuotati come siamo di ogni nostro
valore che nell'idealizzazione abbiamo attribuito
all'altro. E allora se non è suicidio
è inconsolabile depressione. Idealizzando
l'altro, ci siamo staccati dalla realtà.
E siccome la nostra stabilità dipende
dalla valutazione accurata del reale, innamorarsi
idealizzando, come suggerisce la canzone di
Rita Pavone e il saggio di Giovanni Gentile,
per la psicoanalisi è molta pericoloso.
Pericoloso, ma inevitabile. Perché
il desiderio non si attiva senza idealizzazione,
senza immaginare nell'altro quelle qualità
che lo rendono unico, speciale, straordinario.
Freud credeva che la fantasia fosse opposta
alla realtà e la oscurasse, e che l'immaginazione,
che arricchisce la realtà e non di
raro la inventa, fosse nemica della percezione
che invece la riproduce fedelmente. Ma dopo
Freud la fenomenologia, e in particolare Merleau-Ponty
, ci hanno fatto constatare che l'immaginazione
e la fantasia, di cui l'idealizzazione amorosa
è una figura, influenzano la nostra
percezione della realtà, per cui ciascuno
la vede a modo suo affacciandosi dalla finestra
del proprio castello di sabbia preferito.
E' questo perché la percezione della
realtànon è qualcosa di passivo,
ma una costruzione attiva, dove l'immaginazione,
la fantasia, il desiderio intervengono a trasfigurare
i dati di realtà, affinché questi
possano assumere un senso per noi.
Da questo punto di vista l'oggettività
è un ideale impossibile, è il
desiderio di pervenire a una sicurezza che
non sarà mai raggiunta. Forse anche
nelle vicende d'amore vale il principio formulato
dal fisico Werner Heisenberg secondo cui le
condizioni in cui si attua un'osservazione
modificano l'osservato.
Infatti quel che si scopre di un'altra persona
dipende in gran parte da chi noi siamo e da
come l'avviciniamo.
La stessa cosa possiamo dirla per quella conoscenza
di sé che l'oracolo di Delfi assegnava
a ciascuno come compito della sua vita. Compito
infinito, perché conoscere una versione
di sé può essere un modo per
difendersi dalla conoscenza di altre versioni
di sé e dalle sorprese che ne potrebbero
derivare. Diremo allora che la convinzione
di conoscere realmente l'altro in modo oggettivo,
affidabile e prevedibile è una delle
tante illusioni, anzi, forse l'ultima illusione
promossa da quella passione che non vuole
mai incontrare la delusione.
Dipendiamo dagli altri e perciò siamo
portati a costruirli nei termini più
stabili e conoscibili possibili, perché
solo mantenendo la passione, il desiderio,
l'entusiasmo, l'idealizzazione al minimo,
minimizziamo la delusione e la rabbia, fino
al punto di rimuovere selettivamente le qualità
davvero reali e desiderabili dell'altro che
un tempo avevano infiammato la nostra passione.
Questa è l'oggettività. Una
difesa dalla delusione.
Il nostro desiderio di sicurezza e la nostra
sete di passione ci spingono in direzioni
opposte. Qualsiasi eccitazione idealizzante
mette l'amante in pericolo. L'idealizzazione
può non essere ricambiata, l'amore
può non essere corrisposto. E allora
si troncano gli amori sul nascere, non perché
l'idealizzazione viene meno a contatto con
la realtà e la familiarità,
ma per non dipendere da una idealizzazione
appassionata che può mettere a rischio
la sicurezza e la prevedibilità di
cui in una relazione sentiamo il bisogno.
Le caratteristiche adorate dell'altra persona
possono anche non essere affatto illusorie,
ma siccome perdere chi è "unico
al mondo" è molto più doloroso
che perdere uno qualsiasi, dall'idealizzazione
di solito ci si difende o, come abbiamo visto,
troncando la relazione dopo il primo incontro,
o aggrappandosi alle imperfezioni e ai difetti
del partner per tenere a bada la fascinazione.
Meglio spegnere subito una stella o offuscare
la sua luce, piuttosto che correre il rischio
che quella stella non splenda per noi. Brividi
sì, ma brividi sicuri.
Quando cerchiamo di assicurarci una certa
stabilità degradando le idealizzazioni,
diciamo di noi che siamo più saggi
ne sappiamo di più. Ma non è
assolutamente certo che il terreno stabile
che cerchiamo con il nostro "sano realismo"
sia più reale delle idealizzazioni
che incendiano le nostre passioni. In realtà
quel terreno è solo selezionato per
scopi diversi, di solito di natura difensiva,
per evitare la delusione.
Ma evitando il rischio della delusione, ci
ricorda Giovanni Gentile nel suo Frammento
di una gnoseologia dell'amore, si evita anche
di costruire e trasformare la realtà.
Infatti, scrive il filosofo: <<Amare
è volere. Se amiamo ciò che
ha pregio e risponde all'ideale è perché
quell'ideale non c'è e con l'amore
lo vogliamo realizzare". Il messaggio
è chiaro. Amore non è una condizione
passiva, ma una costruzione attiva che trasforma
una realtà per sé insignificante
in una fascinazione, grazie a quella idealizzazione
che l'amore vuole realizzare. Perché
amore è innanzitutto creazione e non
passiva soddisfazione. Capaci d'amore non
sono mai coloro che stanno in attesa dell'incontro
della loro vita, ma coloro che lo creano trasformando
il reale secondo il proprio ideale.
Infatti, scrive ancora Giovanni Gentile: "La
persona amata è quella ricreata dal
nostro amore. Essa è un nuovo essere
per noi sin da quando prendiamo ad amarla;
ma si fa realmente un essere sempre nuovo,
si trasforma continuamente in conseguenza
del nostro amore, che agisce su di essa, conformandola
a grado a grado sempre più energicamente
al nostro ideale. Insomma, l'oggetto dell'amore,
qualunque esso sia, non preesiste all'amore
ma è da questo creato. Vano quindi
cercarlo con l'intelligenza astratta, che
presume di conoscere le cose come sono in
se stesse. Su questa via non può trovarsi
se non la mancanza di ciò che si ama
ed è degno perciò d'essere amato.
Si trova il difetto, il male, il brutto: ciò
che non si amerà mai, perché,
per definizione, è ciò che invece
si odia".
Attenti dunque al "sano realismo".
Come dice Wallace Stevens è l'ultima
illusione che costruiamo per difenderci anticipatamente
dalla disillusione. Ma in queste regioni,
abitate dalla prudenza scambiata per "esame
di realtà", non è dato
incontrare le case d'Amore .

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