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SAGGEZZA : MIEI CARI NICHILISTI IO VI SALVER0'


di ANTONIO GNOLI

Milano- Il più micidiale disastro che si sia abbattuto sulle nostre coscienze, o la più grande avventura del pensiero contemporaneo: a seconda di dove uno si colloca per guardarlo, il volto impalpabile del nichilismo assume tonalità diverse, suscita passioni contrastanti. Fascino ( quello che in genere provoca la decadenza e il dissolvimento) o ribrezzo (saremo mica entrati nell'età della mostruosa insensatezza?). Nel caso di Giovanni Reale, studioso fra i più autorevoli a livello internazionale del pensiero di Aristotele e Platone, il fascino o il ribrezzo hanno lasciato il posto a una analisi meticolosa del nichilismo, come si ricava dalla lettura del suo Saggezza antica (Raffaello Cortina, pagg. 262 , lire 33.000).

Il titolo di questo libro non sembri fuorviante. Reale pensa ai mali del nichilismo e alla cura del medesimo. Egli è convinto che una medicina si può e si deve somministrare al corpo malato dell'occidente.
Vedremo quale terapia adotta e gli effetti che essa produce. Per intanto soffermiamoci sul volto scavato della contemporaneità. Che cosa vi leggiamo? Sicuramente un addio al mondo paffuto e ideale delle verità incontrovertibili. Dondolati dalla cultura della crisi stiamo assistendo alla chiusura di un secolo che col nichilismo ha intriso i suoi pensieri e le immagini. Anzi ha fatto di più: ha seppellito i pensieri sotto le immagini. Bisognerà , prima o poi, che qualcuno ci racconti questa sorta di iconoclastia a rovescio che si è abbattuta su di noi, dando vita a una vera e propria mutazione genetica della sensibilità e del modo di percepire il mondo. Bisognerà che qualcuno proprio a partire dal nichilismo riscriva il rapporto con la televisione, con il cinema, con tutto ciò che stancamente continuiamo a chiamare il bello, il brutto, il carino.

Il nostro secolo che ha smesso da tempo di fare progetti avrebbe finito con innalzare sui vessilli il suo carnefice, quel nichilismo che gli ha tolto il sonno e la ragione. Perfino la scienza e la tecnica, cioè quanto di più neutrale ci è consentito ritenere che esista , perfino loro sarebbero quei produttori planetari del nulla contro cui non vi sarebbe esercito in grado di combattere.
Messe così le cose, la questione appare irrisolvibile. La sentenza di Nietzsche che Dio è morto e che perciò i valori supremi si svalutano si è a tal punto dilatata che quello che appariva come un grande rompicapo filosofico ha finito con l'invadere il tentativo di Reale di redimerci, sia pure platonicamente, dai nostri mali contemporanei? Che senso avrebbe, insomma, stilare un lungo elenco dei guasti che il nulla ha prodotto e poi suggerire una terapia?
Vediamoli questi mali, ma con una piccola premessa, una specie di dichiarazione di gioco, che Reale ci tiene a fare : "Quando Nietzsche sostiene che Dio è morto, occorre intendersi su chi è il Dio che muore. Qui in gioco non è il banale ateismo , onde colui che è ucciso è il Dio cristiano. C'è qualcosa di più radicale in quella sentenza che riguarda l'abisso in cui siamo finiti e che Heidegger ha magistralmente descritto".

Dieci sono i mali che hanno devastato il mondo contemporaneo e che il nostro professore, insegnante della Cattolica di Milano, puntigliosamente ci elenca .

1) La riduzione della ragione umana a ragione scientifica, con il conseguente dominio dello scientismo.
2) L'ideologismo assolutizzante che ha prodotto l'oblio del vero.
3) Il prassismo : per cui conta solo ciò che si fa, a discapito di tutto quello che è contemplazione .
4) Quella che un tempo si chiamava felicità è stata soppiantata da benessere materiale .
5) La violenza è stata innalzata a sistema .Al punto da coinvolgere ogni livello , da quello verbale e morale a quello fisico .
6) La dimenticanza del senso della bellezza e della forma.
7) L'eros schiacciato sulla dimensione del corpo .
8) La nozione di individuo spinta all'eccesso, per cui dove conto solo io, lì il rapporto con gli altri si fa più ostile e difficile.
9) Lo smarrimento del senso del cosmo e delle cose. Oggi domina il caos, al punto che alcune teorie si richiamano esplicitamente ad esso.
10) L'affermazione incontrastata del materialismo, nelle sue varie accezioni, con il conseguente oblio dell'essere.

C'è un tipo di filosofia che potremmo chiamare "il pensiero della perdita". Essa non risponde alle domande tipiche della tradizione filosofica : chi siamo, dove andiamo, ecc. Essa si dirige su una questione, diciamo così , più intima, più esistenziale: che cosa ci manca per essere felici, per ritrovare quell'armonia delle forme che abbiamo perduto. La nostalgia di un mondo perduto produsse in passato quella coscienza infelice su cui Hegel a lungo ironizzò. Ma quella lacerazione portò alla luce non solo il dramma per una perdita luttuosa (gli dei che Hoelderlin diceva ci avevano abbandonati), ma altresì dei capolavori filosofici. Il Novecento ha trasformato la perdita in oblio, in dimenticanza, in abbandono della dimora dell'Essere. Ed è come se una lacerazione profonda si fosse cicatrizzata. C'è il segno , ma non c'è più il dolore, e là dove c'era il dolore oggi c'è l'angoscia e lo smarrimento, in una parola il nulla.

Tornare ad Atene. Tornare alla grande lezione dei greci e in particolare alle pagine del Fedro e del Simposio di Platone, per lenire quell'angoscia e riempire quel nulla? Ce lo suggerisce Reale, il quale intitola l'epilogo del suo libro "Due messaggi di Platone per gli uomini di tutte le epoche".
Messaggi ecumenici, vista la loro estensione geografica e temporale. "Oggi", mi dice il professore accoccolato nella poltrona di cuoio del suo studio , "non vediamo la verità non perché essa è oscurata, ma perché la luce è fortissima. E la debolezza non sta in ciò che guardiamo, ma nei nostri occhi che come quelli della nottola non tollerano la luminosità".
Platone sarebbe dunque il collirio per rompere la cecità , per convertirsi al vero : "Convertiti, dice Reale richiamandosi a Platone, se vuoi vedere la Verità, ossia distaccati da tutte quelle cose che ti disperdono e cerca di voltarti a guardare al Bene, se vuoi portare ordine e giusta misura in tutto il disordine che c'è dentro e fuori di te".

Con un messaggio del genere il professore non si sente fuori dal mondo. Precisa che 22 suoi libri sono stati tradotti in sei lingue, che il suo studio su Platone (edito da Vita e Pensiero) è giunto alla quindicesima edizione : "No, non mi sento uno che predica nel deserto. La gente desidera, sia pure inconsciamente, queste cose. Il filosofo oggi più venduto al mondo è Agostino, a ruota segue Platone. Non le pare la conferma che circoli un bisogno di pensiero forte?". E sia. Ma mentre il professore elenca i bestseller filosofici di tutti i tempi , mi chiedo a quale società egli pensi, in fondo i tragici errori politici del divino Platone, il suo pensiero totalitario (come lo stigmatizzò Popper), dovrebbero metterci in guardia . Reale non sfugge alla domanda : "Penso a una società che nei modi più veri rimetta in equilibrio i rapporti fra gli uomini. Socrate ha detto che l'uomo è un animale politico, cioè un uomo che non può vivere se non in una società con regole che vengano dal di dentro. Le basi delle città nascono dal di dentro".

Ma si può rispondere alle potenze del nichilismo con le virtù della Polis? Fra il mondo greco e noi , prima ancora di Nietzsche , si interpongono le grandi distese del cristianesimo. E' su questo territorio dello Spirito santo che il professor Reale si incammina. "Il mondo platonico", egli dice, "ci dà delle medicine che non tolgono il male, ma lo mitigano. Se lo vuoi sradicare hai bisogno della fede. Più che un platonico mi sento un agostiniano".
Ma la fede non è un fatto irrazionale, qualcosa di talmente misterioso e privato da non lasciar spazio a nessuna costruzione metafisica? Reale invoca Agostino: credere per capire e capire per credere, giacchè la fede è una dimensione dello spirito umano : "La metafisica occidentale nasce con il Fedone nel quale si dice che cosa c'è al di là del mare su cui navighiamo, ma non ci dà gli strumenti per attraversarlo. Questo fu il compito di Agostino e dell'emblematico messaggio connesso alla figura della Croce, alla quale chi non capisce può aggrapparsi".

 

 
 
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