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SCRIVERE PER IMPARARE… A PARLARE
di pino arpaia

Come Libertà, la scrittura è appena
un momento…
(Roland Barthes, citato in: Castellani 1992)
… È UN MOMENTACCIO
(graffito murale, Torino 2001)

Mummie
La scrittura è un dono di Dio. O forse no. Essendo passati circa 5000 anni da quando vigeva un sistema di potere che attribuiva alla casta sacerdotale il privilegio di gestire quei segni misteriosi, magari quelli che pensano alla scrittura come un fenomeno innato, e trasferibile solo geneticamente, sono rimasti in pochi, intatti e persistenti nelle loro certezze, mummie. Magari altri invece pensano che non si nasce sapienti, e che le raffinatezze della lingua non siano appannaggio esclusivo di ristrette élites.
In queste poche pagine, dovrei dire la mia su come e perché si impara a scrivere, come e perché scrivere serve ad imparare. Ma poiché su questo altri e ben più importanti di me hanno detto e scritto cose meravigliose negli ultimi 25 anni, io più umilmente cercherò di raccontare come è tracciata la mia rotta nel mare infido della modernità, alle prese con un universo di persone ignote quali sono i "giovani d'oggi" . Direte: ma è ovvio che a scrivere si impara, si viene a scuola per questo. Francamente non saprei, non ne sarei così sicuro.
Io per esempio, ho imparato a scrivere da solo, e non al tempo dei Faraoni, ma appena una cinquantina di anni fa. Le mie prime maestre, tre sorelle nubili che facevano scuola a pagamento a frotte di bambini e di adulti, dimentiche o forse ignare dei precetti della Didattica che un tal Giovanni Soli descriveva come "moderna" già nel 1894 , mi incitavano a fare aste sempre più dritte, mi davano da copiare grandi pagine di parole tutte uguali, e altri noiosissimi esercizi che non ricordo. Il tutto, nel silenzio totale di un affollato stanzone dove risuonavano solo gli scapaccioni e le bacchettate (spalmate si chiamavano) a chi osava muoversi in maniera troppo indipendente. Al mio paese non c'era la scuola comunale, e in ogni caso nella mia famiglia si andava a scuola presto, dalla suore o dai preti. A casa, da solo, tanto per cominciare disegnavo il mio nome, poi altre parole, su qualsiasi superficie e con qualunque mezzo. Parlavo, se così si può dire, con mia nonna che mi raccontava le storie dell'America, o con mio padre che mi raccontava della guerra e della prigionia. Scrivevo, se così si può dire, qualche frase ai miei zii d'America, avevo meno di cinque anni e i miei pensieri erano quelli di un bambino: tanti auguri di buone feste, prego che Gesù bambino mi porta una macchinina a pedali, eccetera. Scrivevo le stesse cose al compagno polacco di mio padre. Leggevo, se così si può dire, i Corrieri dei Piccoli, i Blek Macigno e i Capitan Miki del nostro vicino di casa che aveva tre o quattro anni più di me. Poi, insieme agli occhiali, mi fu comprata "Vita Meravigliosa", solo quelli della mia generazione possono ricordarla, e preso da quelle pagine piene di illustrazioni, passavo il tempo a scrivere storie di fantasia sui fogli protocollo dell'ufficio di mio padre, con la biro o a matita. A scuola, con la penna a pennino, facevo dettati e riassunti perfetti, si vedeva che ero di buona famiglia e che mio padre aveva studiato, e anche mia madre, una assoluta rarità in quegli anni e in quel contesto sociale . Ma non imparavo a scrivere, non nel senso che qualsiasi buon dizionario da a questo termine. Sapevo la grammatica e l'ortografia, stavo alle regole, scrivevo quello che sapevo che il mio maestro voleva che io scrivessi, copiando in buona sostanza le cose del sussidiario. Da solo, scrivevo favole e poesie che non ho più, e di cui conservo solo una labile memoria. Insomma, sempre che siamo d'accordo che scrivere è un "atto dell'intelligenza" che pone il suo fondamento "sulla conoscenza della cosa" , se oggi so scrivere, non ho certamente imparato a farlo copiando e ricopiando parole e frasi fatte, ma piuttosto perché se volevo parlare a quei lontani parenti ed amici, ma anche ai miei stessi pensieri, c'era poco da aspettare l'invenzione del telefonino. E infatti, tutti gli sventurati della mia generazione che non hanno avuto in sorte la fortuna di un papà con fogli protocollo e biro (e un po' di grammatica) a disposizione non hanno imparato a scrivere. E nemmeno a leggere, se è vero che a leggere si impara scrivendo e dicendo quello che si è scritto . Eppure, a scuola andavamo tutti, almeno fino alla quinta.
Scrivere, se non è un dono di Dio, è comunque un dono. Nel senso che abbiamo tutti bisogno di qualcuno che con attenzione e dedizione, ma anche con competenza e professionalità, ci procuri gli spunti e le suggestioni per cercare fuori da noi il motivo per scrivere . Questo mi è capitato quando ero piccolo e mi capita tuttora, anche in questo preciso istante. Non si può scrivere a comando; vorrei azzardare che quello che si fa a comando non è scrittura, ma un suo simulacro. Scrivere non è un atto istintivo, anzi è piuttosto faticoso, anche ricorrendo alle più moderne tecnologie. E' un compito complesso e articolato, sicuramente più che smanettare con i telecomandi. Se possiamo insegnare a un bambino a pigiare tasti colorati, possiamo insegnare a scrivere solo se abbiamo ben presenti alcune semplici regole, di cui la fondamentale è: dare un senso al compito. In questo, la lezione dell'insostituibile manuale di pedagogia contenuto nella "Lettera a una professoressa" è molto chiara, e non starò qui a citarne passi a menadito . E però, in questo paese qualcosa non è andato per il verso giusto se centodieci anni dopo il manuale di Giovanni Soli e trent'anni dopo le parole dei ragazzi di Barbiana, stiamo ancora a ricercare percorsi e linee guida per una diversa e più moderna pedagogia della scrittura. Se stiamo ancora a ripeterci sconsolate analisi dei dati sull'analfabetismo strutturale della società italiana, nonostante la presenza capillare della scuola. Se abbiamo finito con il rinviare sine die il sogno di "figurarsi il crollo delle sue mura di riformatorio a ore" di cui parlava Gianni Rodari tanti anni fa, troppi se stiamo ancora qui ad immaginare la possibilità di attualizzare il suo messaggio . La distanza fra le dichiarazioni di principio e le azioni concrete a favore dell'alfabetizzazione della società italiana è abissale. Sembra impossibile rimuovere l'incultura. Eppure, si può.

Risvegli
Da almeno una decina d'anni ricevo sempre maggiori conferme che ai ragazzi piace molto scrivere. Al tempo stesso, nei convegni e nei seminari dedicati all'argomento, non sento altro che lamentele: e se mi azzardo a leggere un quotidiano, mi accorgo che la qualità della scrittura è decisamente in calo. Cosa succede fra gli anni delle elementari e delle medie, epoca felice in cui scrivere e far scrivere è ancora un piacere, e la fase terminale degli studi, in cui tutto sembra ridursi ad un banale addestramento in funzione di una prova finale di valutazione peraltro mediamente molto slegata dalle pratiche e dai vissuti emozionali dei "giovani d'oggi"? Fra le mille ipotesi possibili non escluderei la più banale: per motivi organizzativi e burocratici, ma anche per l'insipienza di una classe dirigente poco accorta, o peggio decisamente contraria all'acculturazione degli incolti, si dilatano enormemente i tempi fra un'esperienza di scrittura e l'altra e così va a farsi benedire la regola semplice che facendo si impara. Alla fine, al compito si dà un unico senso, quello del mercato del voto, e così va a farsi benedire la regola semplice che per fare bisogna volerlo.
Insomma, pare che tutto concorra alla costruzione paradossale di un sostanziale disamore verso una pratica di cui d'altro canto si continua ad esaltare la fondamentale importanza. Ma è poi così difficile spostare l'asse dal disamore al coinvolgimento, dal valore riduttivo delle misurazioni analitiche al valore aggiunto di un contesto complesso di conoscenze condivise? A me non pare.

Parlare per scrivere: scrivere insieme
Farò un esempio. La regola è "scrivere insieme". Uno dei trucchi che ho imparato a praticare sulla traccia segnata da Ersilia Zamponi per dare senso alle scritture dei ragazzi è quello di raccogliere sistematicamente le esperienze di scrittura in veri e propri libri. Da almeno nove anni, da quando cioè la diffusione delle nuove tecnologie ha permesso di facilitare e velocizzare le operazioni di impaginazione e stampa, le mie classi fanno uno o due libri all'anno, stampati in tiratura limitata a cura di una struttura che abbiamo pomposamente denominato "Laboscrittura", e che può contare sulla dotazione (oggi) di una decina di computer. Con l'ausilio di un software che i ragazzi imparano velocemente a gestire, dedichiamo ogni settimana due ore alla digitazione, revisione, selezione, trascrizione e adattamento al formato definitivo, illustrazione, correzione delle bozze, stampa, fascicolazione; e poi il tempo che serve alla distribuzione.
Ogni compito di scrittura viene non solo corretto e valutato dall'insegnante, com'è doveroso, ma rimaneggiato, riletto, ricorretto da altri: così finisce per perdere la sua artificialità di prestazione unilaterale destinata ad un lettore anomalo qual è il professore di italiano, e diventa un prodotto sociale e condiviso. Alla fine, anche se lasciamo i nomi dei singoli autori su ogni testo, il libro è un libro di classe. In una visione aziendalistica, dovrei qui sostenere la tesi che data una situazione di partenza di un certo tipo, questa pratica ha dato risultati apprezzabili rispetto al conseguimento dell'abilità di scrittura. Francamente non ho mai calcolato quale sia la percentuale di miei allievi che alla fine dei tre anni di insegnamento della lingua italiana riesce ad evitare di incorrere negli errori ortografici più comuni, o ad imparare ad adeguare il registro al destinatario, tanto per citare alcuni dei parametri che avevamo posto alla base della cosiddetta riflessione sulle sofferenze di cui trovate traccia in questo stesso volume.
Immagino di sì, immagino di riuscire bene o male ad insegnare a scrivere, mi pare che questo miglioramento ci sia, ma non è questo che mi preme. Credo invece che la cosa che gli insegna a scrivere sia il fatto, mentre imparano a scrivere, di essere proiettati in una dimensione più vera, e che avere sotto mano "in bella" il prodotto materiale della loro fatica di scrivere carichi di senso un'operazione altrimenti banalmente routinaria.

Parlare per scrivere: scrivere sempre
Farò un altro esempio. La regola è "scrivere sempre". In questo, noi insegnanti di scuola media siamo fortunati, abbiamo almeno altre due discipline su cui possiamo far scrivere, e se siamo capaci di sfruttare bene le compresenze e i progetti, possiamo far scrivere anche in altri momenti e non solo nell'ora di scrittura o nei "compiti in classe". Ma non solo: nella vita quotidiana di una scuola aperta al territorio e alle sue suggestioni, una scuola non rinchiusa nel sarcofago del suo immaginario autoreferenziale popolato di sposipromessi e motimazziniani sono migliaia le occasioni per cui vale la pena di fare due chiacchiere fra alunni e prof, e dopo aver parlato di scrivere.
Insomma, se si va a teatro, si scrive una relazione. Se si segue una lezione di storia o di geografia, si scrive uno schema o una sintesi. Se si legge un racconto o si vede un film, se ne discute e poi si trascrivono le conclusioni in un verbale. Se si esce sul territorio, si racconta quello che è successo, cosa abbiamo fatto, visto, imparato. Se nasce una curiosità si fa una ricerca e si scrive un rapporto. Anche sulle regole di grammatica si può scrivere: ad esempio si possono inventare racconti fantastici, horror, umoristici, o storie d'amore, giocando sulle concordanze, sul che relativo, sul periodo ipotetico, ecc. Se si vuole insegnare a scrivere, bisogna far scrivere. Evitando magari di far scrivere sulla gita o sulla primavera. Facendo scrivere sulle cose di cui si è prima parlato in classe o durante una passeggiata.
Questo può sembra un modo del tutto estemporaneo e casuale di immaginare un progetto didattico. Invece è una via articolata e complessa, bisogna saper inventare le occasioni e gestire le situazioni in cui sia poi possibile incastrare un processo di scrittura. Noi leggiamo testi proposti da me (di vario tipo: per scrivere un racconto leggiamo racconti, per scrivere poesie leggiamo poesie, per scrivere relazioni leggiamo relazioni, e via dicendo). Leggiamo testi proposti da loro (a volte). Discutiamo su questioni scelte da loro (sempre). Facciamo schemi sintetici di riepilogo rispetto a cose viste, sentite, osservate, ecc. Guardiamo alla tele film o documentari. Andiamo a teatro. Ripassiamo la grammatica. Lavoriamo in coppie (dico lavoriamo perché a volte sono in gioco anch'io) o piccoli gruppi: a partire da un mini-progetto in cui si cerca di prefigurare il testo finito, scriviamo paragrafi che via via aggiustiamo: uno legge e l'altro corregge, a turno; poi assembliamo. Riscriviamo cose lette, sentite, viste. Riduciamo a sintesi cose lette o sentite, specialmente durante le nostre discussioni. Traduciamo in parole immagini, schemi, grafici o tabelle.
Tutte quelle che ho elencato sono realistiche occasioni di scrittura, che ciascuno può ritrovare ed adattare nella sua unica ed irripetibile situazione di classe. In tutto o in parte, integralmente o con modifiche sostanziali interessa poco: l'importante è trovare la pista per rompere l'agguato della monotonia. Ed avere pazienza. E non avere l'assillo del tempo. Ai ragazzi piace scrivere, ma a volte si stancano. E allora, la logica sequenziale e burocratica non darebbe scampo. Se è stato pianificato un percorso, decisa una verifica, sarà così. Noi siamo la legge e l'ordine, così è deciso e così sia. Niente di più sbagliato. o meglio, niente di più inutile. Non si apprende a comando. Il compito va preparato e gestito con calma e antenne ritte, il ritmo dell'apprendimento non può che essere dettato da chi apprende. Vorrei poter dire che spesso il ritmo dell'apprendimento è direttamente proporzionale alla carica che l'insegnante riesce a imprimere, ma questo non sempre è vero. Esistono moltissime variabili, non siamo noi l'ombelico del mondo. Come dice Gibran loro sono le frecce, noi l'arco.

Scrivere per parlare
Nessuna educazione linguistica può supporre di raggiungere le sue finalità senza la necessaria interconnessione fra le abilità, tutte le abilità e competenze che i parlanti mettono in atto quando hanno bisogno di comunicare. Nessuna educazione linguistica può immaginare di chiudersi nella standardizzazione dei ruoli passivizzanti della routine d'aula. Si possono invece immaginare - e praticare - situazioni in cui la classe, vivendo dinamicamente come un raggruppamento di gruppi , condivida l'esperienza totale degli apprendimenti proposti dall'insegnante, o meglio dal compito assegnato.
Vorrei qui parlare specificamente di una particolare esperienza che paradossalmente c'entra poco con la scrittura, nel senso che quello che viene richiesto è la realizzazione di un testo orale prodotto attraverso una esperienza collettiva di lettura ed elaborazione scritta a partire dalla consultazione di fonti diverse. Il compito attiva un contesto operativo a partire dal quale i partecipanti potranno sperimentare "le propulsioni e i congegni necessari per mettere in moto la macchina testuale" , il testo scritto che fornisce la traccia e il supporto dell'esposizione orale.
Farò due esempi. Il primo è ricavato esattamente da quello che in questi giorni i miei alunni di prima media stanno facendo durante le due unità settimanali destinate alla Ricerca : stanno scrivendo una traccia per riferire alla classe quello che nella discussione interna hanno condiviso come apprendimento in relazione ad una uscita alla scoperta delle tracce dell'evoluzione del paesaggio che ci circonda . L'uscita si è svolta in una mattinata di scuola lungo un sentiero che dalla riva del lago porta in alto sulla collina. Oltre ai due prof titolari della Ricerca, teneva banco una geologa vera. Non era richiesto tassativamente di prendere appunti, ma qualcuno aveva un blocchetto e una penna e scriveva, spontaneamente. La lezione all'aperto è stata divisa in tre momenti, a tre diverse altitudini: sulla riva del lago, lungo la parte più antropizzata del sentiero, in un prato artificiale ricavato su un balcone glaciale che permette di osservare il lago da cima a fondo. Il compito richiede che ogni gruppo, dopo aver scritto una traccia, dovrà riferire alla classe cosa abbiamo fatto, visto, imparato sulla riva del lago, sul sentiero, sul prato. Come si vede, un compito sicuramente complesso, ma al tempo stesso l'unico possibile a dare senso da un lato all'occasione di ascolto e osservazione, dall'altra all'esperienza di scrittura: vi immaginate far scrivere un temino dal titolo "Racconta la gita a Cavandone"?
Oltre che occasione di apprendimento, l'uscita è stata ovviamente un'occasione di svago, e fra una tappa e l'altra della lezione di geologia (disciplina che come è noto non si insegna alle medie) abbiamo conversato e fatto battute, raccolto castagne e ricordato altre passeggiate simili. Molti hanno approfittato della circostanza per raccontarci cose che non posso sapere di loro, li conosco da due settimane appena. Cito questo particolare ovvio e scontato perché in una delle tracce, al punto "cosa abbiamo fatto" è scritto chiaramente "chiacchierato di cose inutili con i prof".
Ma torniamo al compito. Quando ci troviamo in situazione di apprendimento collaborativo, la classe perde la sua unità e viene divisa in piccoli gruppi composti da almeno 4 persone ciascuno. In genere, ad ognuno dei componenti di ciascun gruppo viene affidato un ruolo preciso : vi sarà ad esempio un segretario verbalizzatore che terrà la sintesi delle operazioni e stenderà una relazione, un alfiere (portavoce) che avrà il compito di esporre alla classe i risultati delle operazioni richieste dal compito, un moderatore che gestirà l'attività di discussione e realizzazione del compito assegnato, un osservatore che annoterà modalità ed efficacia delle interazioni in seno al gruppo. Ai gruppi possono essere affidati compiti diversi, o a seconda delle necessità, ogni gruppo svolgerà lo stesso compito. In questo caso, ho individuato in ognuno dei gruppi (costruiti secondo un metodo casuale votato dalla classe ad amplissima maggioranza) un capogruppo con la funzione di alfiere e uno "scrittore" della traccia su cui poi l'alfiere racconterà le conclusioni a cui si è arrivati. Non so ancora se ho scelto bene , mentre so già che alcuni gruppi sono stati assortiti male, che nei gruppi ci sono persone che hanno lavorato di più "per non far figure", che alcuni gruppi nella loro integrità hanno lavorato tirando a finire mentre altri hanno ragionato a lungo e di conseguenza si sono persi in chiacchiere.
In ogni caso, dopo un'unità dedicata alla costruzione dei gruppi ed all'assegnazione del compito, e due unità dedicate alla stesura della traccia per l'alfiere, ora i gruppi devono spiegare cosa hanno ricavato dall'esperienza. Come è evidente, la spiegazione dovrà essere esauriente e procedere senza inciampi, e per questo la traccia scritta a supporto dell'esposizione orale non può che costituire un puntello indispensabile ad evitare magre figure davanti ad un pubblico attento a valutare ogni minimo passo falso, forse più ma sicuramente meglio del solo insegnante: ventidue paia di occhi ed orecchie sono sicuramente meglio di due. Sulla base delle esperienze che ho già accumulato non faccio fatica ad immaginare che anche questi "novellini" impareranno ben presto che meglio è fatto il lavoro di scrittura, più accurata sarà poi l'esposizione al pubblico dell'esperienza, delle considerazioni, delle argomentazioni, delle conclusioni, in una graduazione di compiti che crescono con il crescere dell'età e delle competenze. Come hanno fatto i gruppi che hanno preceduto questi novellini, si metteranno in cattedra al posto dei prof e terranno la loro lezioncina, dovranno rispondere a domande, a volte a provocazioni, esattamente come succede a chiunque stia di al di qua dalla cattedra.
Finito il giro dei sei gruppi, sono molte le cose che presumo possano restare, oltre al ricordo di un momento di bel clima, come sempre succede quando si chiacchiera e ci si sposta in giro per l'aula invece di stare immobili nei banchi a fare la muffa. In primo luogo, che se scrivo per me posso anche essere sintetico e usare abbreviazioni che capisco solo io. In secondo luogo, che se devo parlare in pubblico devo avere le idee molto chiare su quello che dovrò dire. In terzo luogo, che se parlo di cose scientifiche devo chiamare le cose con il loro nome e non dire ad esempio "coso" al posto di "ghiacciaio" o "c'era una volta" al posto di "cinque milioni di anni fa". In quarto luogo… lascio alla vostra immaginazione la continuazione di questa lista, che sicuramente non potrà mai essere uguale, e che non posso scrivere prima che la circostanza si sia verificata nemmeno io che di situazioni simili ne ho finora inventate, animate e subite diverse decine.
Il secondo esempio è la descrizione di una esperienza praticamente identica nella modalità di esecuzione, ma a un diverso livello. Mi riferisco al Laboratorio che ho gestito nel Seminario "Scrivere per…" che si tenne a Palermo nell'ottobre 2001. A differenza dell'uscita a Cavandone, la lezione in quella circostanza fu una lezione d'aula, era una lezione di pedagogia o se preferite di didattica, e da prof invece di manifestare la mia scienza a parole o tracciando segni alla lavagna ricorsi ad un artificio: accesi un televisore e proiettai sullo schermo delle sequenze di lezioni, due tratte da film molto noti, una da un filmato di vita reale di alunni veri. Non spiegai nulla, neanche l'origine dei filmati, e alla fine della proiezione, che era durata in tutto meno di mezz'ora, feci questa semplice domanda: cosa pensate che vi abbia voluto insegnare con questo filmato? Poi la classe, divisa in gruppi, cominciò a lavorare per rispondere alla domanda.
Oltre alla spiegazione del funzionamento del modello di apprendimento collaborativo che avrebbero dovuto applicare, agli "allievi" era stato chiarito solo il compito: discutere (parlare) per sistemare le conoscenze i dati gli stimoli acquisiti nel video (scrivere) ed elaborare una traccia di esposizione orale alla classe (riparlare) delle osservazioni ed argomentazioni scaturite dalla discussione nel gruppo in relazione agli stimoli forniti dalla proiezione (vedere-ascoltare), con l'obiettivo di:
" comunicare in modo esaustivo le argomentazioni suscitate dalla visione,
" sostenere le tesi condivise in relazione agli stimoli forniti dalla proiezione,
" individuare lacune e/o proporre integrazioni sia formali che sostanziali rispetto alla proposta del docente.
Non era prevista e non fu data la possibilità di rivedere il materiale proposto. Nel lavoro di gruppo, ogni incaricato, oltre a partecipare all'attività di scrittura, avrebbe dovuto svolgere il ruolo affidatogli (nel caso dell'alfiere essere concentrato sulla funzione che dovrà successivamente svolgere). Durante il lavoro solo il moderatore poteva dare o togliere la parola. Al termine del lavoro, l'osservatore avrebbe riferito al gruppo le sue osservazioni, che sarebbero state oggetto di discussione. Infine, il verbalizzatore avrebbe dovuto fare una veloce revisione delle sue annotazioni, condividerle con il gruppo e consegnare al prof il testo, prima dell'esposizione. Intervallo.
L'esposizione ha delle regole precise, anche se poi si finisce per applicarle in maniera flessibile. I gruppi per intero si pongono in posizione frontale rispetto alla classe e l'alfiere espone il risultato del lavoro, leggendo il testo scritto, integrandolo con arricchimenti estemporanei, illustrando eventualmente con grafici, schemi, disegni alla lavagna o su cartelloni. Gli altri membri del gruppo alla fine dell'esposizione possono eventualmente integrare. I singoli componenti degli altri gruppi interagiscono con l'alfiere o con i singoli componenti del gruppo alla ribalta, sia per chiedere spiegazioni sui contenuti esposti sia per esprimere dubbi su eventuali punti deboli dell'esposizione. Solo gli osservatori possono fare domande relative alle metodologie e alle dinamiche attivate durante il lavoro.
Il lavoro di gruppo, l'esposizione e la discussione hanno una durata limitata. I miei alunni di Palermo furono bravissimi, rispettarono i tempi, rispettarono le regole che per molti di loro erano una assoluta novità, avessi sempre alunni così! E la mia lezione di pedagogia (o se preferite di didattica) era stata una lezione molto particolare perché nel video proposi tre modelli antagonisti di docente. La lezione, come tutte le lezioni, ebbe alcune interruzioni che però forse furono anche funzionali. Ma durante le interruzioni, proprio come è capitato con i piccoli l'altra settimana a Cavandone, anche con i grandi parlavamo "di cose inutili". La prima parte era stato ricavata da un film notissimo, "L'attimo fuggente", dalla parte finale del film, quella in cui il preside si piazza in classe e fa lui lezione. La seconda parte era una sequenza dolcissima di "Non uno di meno", quando la maestra sul problema concreto che non ha soldi, fa lei delle operazioni di matematica, sbaglia una operazione di matematica, interviene un'alunna dopo una confusione terribile perché non riescono a venire a capo del problema concreto che avevano, che era la mancanza di soldi, non del problema sulla lavagna. Uno si accorge che c'è una virgola in meno e quindi uno zero in più e alla fine bene o male si risolve il problema. La terza parte era una situazione reale. Degli alunni veri che stanno facendo una operazione vera che è un'operazione di trascrizione, un compito di scrittura collettiva a partire da una discussione. Proprio come quello che loro avrebbero dovuto fare subito dopo, ma non lo sapevano ancora. Una lezione così strutturata, senza un rigo di spiegazione, e il compito che subito dopo affidai ai miei allievi, era sicuramente un compito articolato e complesso. Ma mi sembrò la soluzione migliore per dare senso sia alla lezione che al compito.
In quel caso, ma a volte è capitato anche con i piccoli, abbiamo poi ragionato sul perché e sul percome della lezione e del compito. C'era un bel sole e stemmo in terrazza: la nostra aula era negata alla luce mentre l'ottobre palermitano era splendido e ancora profumato. La riflessione avrebbe dovuto prendere spunto dalla praticabilità in situazione reale dell'esperienza simulata. La riflessione riguardò i meccanismi e i processi attivati nell'interazione verbale della fase di scrittura, i meccanismi e i processi attivati durante la fase di ascolto del video, i meccanismi e i processi attivati durante l'esposizione, che se per qualcuno era "parlare" per tutti gli altri me incluso era ancora "ascoltare". Avrei avuto intenzione di sollecitare attenzione agli aspetti metodologici legati ad esempio al decentramento dell'insegnante per svolgere ruoli non frontali (osservatore, suggeritore, arbitro di eventuali conflitti, ecc.), al valore aggiunto dell'esperienza di apprendimento collaborativo, all'importanza che in situazioni del genere assumono i processi rispetto ai risultati, ecc. Ovvero alle questioni sottili legate alla complessità delle dinamiche attivate dall'esigenza di svolgere un compito "scolastico" in una situazione di "conversazione" e quindi abitualmente non formale. Ma poiché sono abituato a "subire" l'intelligenza delle persone con cui poi interagisco al di qua della cattedra, furono capaci loro di individuare le azioni, le operazioni, le strategie, i repertori, i registri, e quant'altro.
In quel caso, ma quasi sempre succede anche con i piccoli, il lavoro fu estremamente interessante. Tutti i docenti mi diedero l'impressione di essere sempre molto concentrati sulla loro situazione reale: non ce ne fu uno che non abbia fatto riferimento a sé in termini di esperienza concreta, riportando dunque anche un dato squisitamente professionale, tutte le persone si erano misurate con la mia proposta in riferimento ai dati reali delle loro situazioni vere, delle classi e delle scuole vere. Anche in termini problematici.
Noi eravamo una classe speciale perché eravamo alla pari ed era una classe di persone silenziose e diligenti, non si erano dati fastidio durante i lavori di gruppo, almeno non troppo. Qualcuno parlava un pochino più forte degli altri, ma in genere avevano lavorato in maniera tranquilla, quello che nella mia classe normalmente non succede. E quindi nella discussione emerse il dato problematico legato all'esperienza della scrittura che abbiamo messo nell'ambiente dell'apprendimento collaborativo e quindi della scrittura collaborativa. In termini di strategia il gruppo avanzò alcuni dubbi che io condivido in pieno, sono i dubbi che giorno dopo giorno mentre faccio la mia attività mi pongo. Servirà? Servirà a tutti? In mezzo a quel chiasso permanente che c'è ogni volta che gli fai fare lavori di gruppo? E quando parlano, parlano a te o alla classe? E chi si defila? In genere, la considerazione prevalente fu di considerare l'azione per piccoli gruppi una strategia che può essere utile nel particolare tipo di esperienza che era stata fatta. Perché quello che questi "ragazzi" fecero fu vedere un video, ascoltare un insegnante che dava delle consegne, subire una composizione arbitraria di gruppi, socializzare molto velocemente per poter costruire un testo orale e tutti scrissero una traccia scritta, non schemini o appunti, ma un vero testo.
Li avevo letti tutti nella notte, e li avevo trovati, oltre che completi, indovinati nelle conclusioni e tutti erano riusciti a rispondere alla mia domanda: dove volevo andare a parare? Ma erano bravi, e diligenti e silenziosi, oltre che tutti prof come me. E dunque i loro compiti erano ben fatti.
Esattamente come quelli dei novellini del primo esempio. Anche le loro tracce scritte le ho già viste, e sono testi veri e non schemini o appunti. Eppure, nelle consegne non c'era scritto "scrivere un testo", ma "preparare una traccia per l'esposizione orale". Perché, avendo la facoltà di scrivere poco e magari per schemi, le persone usano uno strumento che a quanto pare, a parte i prof di italiano e i loro alunni, è alquanto obsoleto all'uso, e quando è usato lo è spesso in maniera disgustosa? Lascio la risposta ai fini linguisti, sono solo un maestro di campagna. Forse un pezzo di verità incerta e insicura sta nelle nostre conclusioni alla fine del lavoro di riflessione: è importante che qualunque attività venga proposta, abbia a monte un percorso solido. Che le attività che si propongono siano graduali, che l'insegnante abbia le idee chiare, che le proposte siano continue e non siano estemporanee. L'importante è avere coscienza dei propri problemi, come di quelli legati alla classe. Durante la riflessione fu notato che in una situazione di quel tipo la scrittura non era una cosa fine a se stessa, non serviva al compito, ti do il tema e lo fai, ma era funzionale a qualcosa di diverso: era come diceva il titolo del mio Laboratorio "imparare qualcosa", ho visto una lezione e attraverso la socializzazione di quel che ho capito sto imparando qualcosa di nuovo. Che prima non sapevo. Ho imparato a fare qualcosa. Che prima non sapevo fare. Ho cominciato a essere qualcuno. Che prima non ero.
Il gruppo di lavoro che ebbi il piacere di ascoltare più che di condurre, in realtà si è chiarito le idee su una cosa che anche secondo me è fondamentale e quindi è questa la cosa che in conclusione voglio dire. La discussione avrebbe dovuto servire ad individuare le possibili prove da considerare terminali (che brutta parola) alla fine del ciclo, che all'origine era prevedibilmente un settennio e ora, con le riforme in corso, sta per diventare un… esiste novennio (che brutta parola)? E invece dopo aver fatto una lunga lunghissima lista delle pratiche di scrittura che tutti proponiamo sempre ai nostri ragazzi, è sembrato che nessuna fosse più terminale di altre; e che la verità, possibile e sicuramente fragile come tutte le cose terrene, fosse un'altra. E cioè che ai ragazzi si possono proporre esperienze di tipo diverso, che le prove in sé assumono significato solo se a monte di qualunque tipo di testo c'è un percorso consapevole, condiviso in uno spirito che mette l'insegnante insieme agli alunni e li porta verso questi traguardi. L'attenzione fu posta più a quello che l'insegnante fa per portarli poi a dover superare una prova come quella dell'esame, quindi non ci si concentrò tanto sul tipo di produzione che i ragazzi sono o non sono in grado di fare verosimilmente, quanto sul fatto che se l'insegnante li fa lavorare e bene, ed è inutile che faccia lunghi discorsi su cosa questo vuol dire, alla fine i ragazzi sono in grado di fare qualunque cosa.

Triste, solitario y final
"Avrei dovuto parlarvi di Edward England, è vero, e dirvi tutto quello che non vi avevo detto nelle nostre conversazioni all'Angel Pub. Ma la mia memoria, purtroppo non ha tabelle di correzione . Traccio una rotta, ma non so di quanto la devo rettificare, e dopo un po' non sono più certo della mia posizione. Si chiama navigazione stimata, signor Defoe, […] Il cerchio entro il quale cui si dovrebbe trovare diventa sempre più grande. E cosa si fa, in questi casi? […] Si consulta il giornale di bordo, e si valutano i vari fattori, […] Ma si raggiunge mai una qualsiasi certezza? No, al contrario. Il navigatore esperto è quello che allarga sempre più il cerchio, che capisce che l'incertezza è l'unica certezza a disposizione."
Come il vecchio pirata scampato a decenni di navigazioni in acque infide, mi accorgo alla fine dell'opera di aver percorso altre strade rispetto a quello che mi ero prefissato. Avrei dovuto scrivere un breve saggio (o un saggio breve) e invece ho raccontato un po' della mia vita. Avrei dovuto usare un registro un po' più formale, ed invece la penna mi ha preso la mano e ed è volata. Forse, ancora non ho imparato a scrivere.
Ma questo non mi turba, non sarà questa la causa di altre notti insonni. Con gli altri benintenzionati che "malgrado i programmi ufficiali" condividono questa strada in salita che dovrebbe portare verso una migliore qualità dell'istruzione nel nostro benamato paese, il romanzo che stiamo cercando di scrivere prende la misura dall'aria che respiriamo o che ci sembra di respirare. In fondo, anche se è un momentaccio,

UN MONDO DIVERSO E' POSSIBILE
(scritta murale, Genova luglio 2002)


by pino arpaia, ottobre 2002

BIBLIOGRAFIA
AJELLO, A.M. et alii 2002. La scuola deve cambiare. Roma: L'ancora
ARPAIA, G. e FÀSULO, A. 2002 Blowin' in the wind. in GISCEL PIEMONTE, 2002. 11 tesi sulla scrittura. Vercelli: Mercurio
ARPAIA, G. Conversazione e apprendimento, in CECCHINI, M. (a cura di) [2003]. Fare, conoscere, parlare. In corso di stampa
BELTRANI, M. et alii, 2002. 11 Tesi per una pedagogia della scrittura, in GISCEL PIEMONTE, 2002. 11 tesi sulla scrittura. Vercelli: Mercurio
CASTELLANI, M.C. 1992. Scripta manent. "Informazioni Irrsae LIGURIA", 23: 42-48.
CORNO, D. 1999. La scrittura. Soveria Mannelli: Rubbettino
GISCEL PIEMONTE 2002. 11 tesi sulla scrittura. Vercelli: Mercurio
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RODARI, G. 1973 [VI ed.]. Grammatica della fantasia. Torino: Einaudi
RONCALLO, A. et alii 1998. I dubbi del Professor Robinson. "I&O", XIII: 142-150
RONCALLO, A. e GINEPRINI, M. 2001a. Il lapis verde, in "I&O", 4-2001: 234-238
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SCUOLA DI BARBIANA 1967. Lettera a una professoressa. Firenze: Libreria Editrice Fiorentina
SOLI, G. 1894. Didattica per le Scuole Normali e pei Maestri Elementari. Milano: U.Hoepli
ZAMPONI, E. 1986. I Draghi locopei. Tornino: Einaudi

Dario Corno, conversazione personale raccolta da Pino Arpaia

- NON SI PUÒ SEPARARE LA SCRITTURA DAL FORMATORE.
- SI PUÒ SEPARARE LA SCRITTURA DALLA LINGUISTICA: INSEGNAMO A SCRIVERE NON PERCHÉ SIA OBBLIGATORIO SAPER SCRIVERE, MA PERCHÉ SCRIVERE AIUTA A PENSARE,
- E D'ALTRA PARTE BISOGNA SAPER AFFRONTARE IL PROBLEMA DELLA COMPETENZA TESTUALE,
- INSIEME A QUELLO DELLA PROGRESSIVA ACQUISIZIONE DEL DIMENSIONAMENTO PROCESSUALE DELL'ABILITÀ DI SCRITTURA.
- SI DEVE FAR VIVERE L'ESPERIENZA DELLA SCRITTURA,
- ED IMPARARE A DARE SENSO ED INTENZIONALITÀ ALLE OCCASIONI DI SCRITTURA.
- SI DEVE INCRINARE LA PEDAGOGIA PER OBIETTIVI O LO SCHEMATISMO ECCESSIVO DELLE GRIGLIE OGGETTIVE,
- EVITANDO DI CADERE IN UNA DIMENSIONE PROFESSIONALE NAIF.
- NON ESISTONO SCRITTURE SOLO DI UN TIPO,
- LA SCRITTURA È SEMPRE ANCHE CREAZIONE,
- ED È SEMPRE ANCHE ELABORAZIONE (MANIPOLAZIONE, RISCRITTURA, …).
- SE LA CREAZIONE HA DIRITTO ALLA SUA DIMENSIONE LIBERA,
- NELL'ELABORAZIONE C'È UNA SPINTA MARCATURA TECNICA,
- E LE TECNICHE SI APPRENDONO ATTRAVERSO APPLICAZIONI COSTANTI DI CONSEGNE FERREE,
- DA SPERIMENTARE ATTRAVERSO LA PEDAGOGIA DELL'ERRORE,
- OVVERO PER ESPERIENZE, PROVE E TENTATIVI.

Verbania settembre 2001

 

 
 
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